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Gli antesignani utopici dell'Unione Europea

L’Unione Europea è stata nei secoli scorsi più volte prefigurata e spesso in modi che ci risuonano molto familiari. Anche in alcune di queste utopiche anticipazioni, si poneva ad es. il problema se il Regno Unito dovesse essere incluso o meno. Nel 1464 Giorgio di Podebrady, re di Boemia, primo monarca d’Europa ad abbandonare la fede professata dal Papato di Roma abbracciando la Riforma di Jan Hus, presentò il Tractatus pacis toti Christianitati fiendae, forse il primo modello di trattato multilaterale, un progetto di pace universale che abbandonava l’idea di un Impero universale e proponeva un'unione di Stati europei indipendenti ed uguali.

 

Questo tentativo da parte di un monarca hussita (sia pure di quell’hussitismo moderato che cercava un compromesso con il Papato) partiva da una situazione problematica scaturita dalla conquista di Costantinopoli da parte di Maometto II, sultano dell’Impero Ottomano, nel 1453. Questo evento fu gravido di conseguenze anche ideali. Da un lato coincide con l’opera di Nicola Cusano, de Pace Fidei, con cui si compie un processo iniziato nel 1438 con l’incontro tra Cusano e Gemistio Pletone al Concilio di Ferrara-Firenze e che sancisce la rinascita platonica nel Quattrocento Europeo. In quest’opera Cusano perfeziona l’idea di una sorta di irenismo religioso che però proprio dalla caduta di Costantinopoli ricevette una sorta di falsificazione. Il suo amico (non sempre per lui rassicurante) Papa Pio II (Enea Silvio Piccolomini) invece di insistere sulla necessità della conciliazione religiosa, nell’opera De gestis sub Friderico III (chiamata successivamente De Europa) scrive una storia degli eventi a lui recenti apud Europeos e organizza una crociata contro i Turchi. Il tentativo di Giorgio di Podebrady si inserisce in questo contesto di incipiente decadenza delle istituzioni universali del Papato e dell’Impero ed offre il suo aiuto alla Crociata indetta dal Papa in cambio della conferma di trattati (Compactata) stipulati tra Chiesa ed Hussiti. Il progetto di re Giorgio, teso a stabilire la pace tra in Cristiani contro il ferocissimo turco, prevede una rappresentanza di tutti i sovrani europei ma anche dei principi e dei capi dei Comuni Italiani organizzati su livelli che richiamano la distinzione tra legislativo, esecutivo e giudiziario con limitazioni della sovranità dei singoli Stati, un rapporto più diretto tra sovrani e sudditi (con ridotta mediazione feudale), l’apprestamento di una flotta contro i Turchi e l’istituzione di una moneta comune nel caso la guerra con i Turchi fosse iniziata. Re Giorgio partiva dalla tragica vicenda della caduta di Costantinopoli ma al tempo stesso vedeva una giustificazione di questo tentativo di pacificazione internazionale nell’aumento della ricchezza per cui campi e bestiame erano quanto mai fertili, le viti davano buon frutto e le miniere d’oro e d’argento straripavano. Apparentemente si difende un mondo che sta cominciando a tramontare ma in realtà si cerca di approfittare di un capitale che comincia ad accumularsi. Apparentemente si difende la religione ma già si parla di trarre dalla Natura Nova Iura e di cogliere l’occasione offerta dalla sorte oscura dell’Impero di Bisanzio. Questa ambivalenza ricorre in molti progetti di unione europea: da un lato la matrice religiosa cristiana, dall’altro la divisione interna al Cristianesimo stesso; da un lato l’istanza di difesa religiosa dal turco invasore, dall’altro la volontà di superare il sistema feudale; da un lato la pace tra i regni europei e dall’altro la proiezione aggressiva verso l’Asia.

Non a caso il tentativo di Re Giorgio è destinato a fallire. Pio II rifiuta la conferma dei Compactata. Egli, dopo aver offerto, nella frustrazione generata dal disinteresse dei sovrani europei per la Crociata, a Maometto II il titolo di Imperatore Romano in cambio del battesimo, muore decretando (con il fallimento del suo tentativo) la fine del modo di medievale di proiezione dell’Europa sull’Asia. Il suo successore (Paolo II) tratta re Giorgio come il sultano ottomano e scatena su di lui il re di Ungheria Mattia Corvino. Non è possibile mantenere la pace interna per difendersi dal nemico esterno, dal momento che la guerra contro l’Asia è un modo indiretto con cui si realizza la guerra all’interno dell’Europa. E ciò sarà sempre più vero quanto più si svilupperà l’accumulazione originaria capitalistica. Nel frattempo la scoperta di poco successiva delle Americhe determina l’inizio della decadenza dell’Europa mediterranea e l’inizio del decollo dell’Europa atlantica. Questa sorta di scissione viene ratificata e rilanciata dallo scisma che determinerà il sorgere della religione protestante, quando appena al massimo un secolo prima il problema era di riconciliare Cristianesimo occidentale e Cristianesimo orientale.

Il grande disegno (grand dessein) di Maximilian de Bethune, duca di Sully, del 1603 parte proprio dal fatto che in Europa la religione non è più fondamento di unità ma motivo di divisione. Tully è ministro delle finanze di Enrico IV di Francia. Pur rimanendo ugonotto convince il suo re a convertirsi al Cattolicesimo. Recupera crediti arretrati, rinforza e pavimenta le vie di comunicazione, proclama la libertà di commercio del grano, riequilibra il bilancio statale grazie all’arrivo di metalli preziosi dal Nuovo Mondo, incoraggia l’agricoltura e il surplus agricolo per l’esportazione, bonifica paludi, fa aumentare le superfici coltivabili, impone e ad un tempo condona tasse. Presenta il progetto di una repubblica cristiana universale che permetta la libertà di culto a cattolici, luterani e calvinisti e la libertà di commercio. E comunque sullo sfondo c’è sempre una bella guerra contro gli Ottomani. Il progetto però presenta un altro paradosso che caratterizza tutte le utopie ireniste d’Europa: perchè si realizzi questa pace c’è bisogno di una guerra contro gli Asburgo condotta dalla Francia (magari approfittando del fatto che proprio l’Austria è minacciata dal sultano). All’interno di ogni uguaglianza (anche e soprattutto tra Stati) c’è qualcuno più uguale degli altri e qualcuno meno uguale degli altri. Alla morte del suo sovrano il riavvicinamento della corte alla Spagna determina perciò il tramonto della sua stella politica.

Il testimone viene però raccolto dall’Abbè de Saint-Pierre anticipatore dell’Illuminismo il quale nel 1713 tenta di dimostrare in polemica con i tentativi espansionistici di Luigi XIV che la gloria di un sovrano non consiste della guerra, ma nello sviluppo della ricchezza del popolo da cui deriva (attraverso il fisco) la ricchezza del sovrano. Saint-Pierre, in coerenza con questa impostazione, prevede la creazione di una sorta di unione sovranazionale europea che risolva le controversie internazionali, elabori regole condivise in base alle quale assicurare stabilità e pace agli Stati membri, costituisca un esercito comune che controlli la trasgressione di queste regole, costruisca infrastrutture per sviluppare commerci e produzione (in questo vediamo la matrice storico-ideologica del compianto Piano Delors?). Per legittimare le sue istanze le attribuisce proprio ad Enrico IV che la politica del Re Sole mitizzava come il restauratore della pace europea. La sua battaglia contro il dispotismo di Luigi però lo fa cadere in disgrazia: cercare di sganciare la ricchezza dalla guerra quando la dinamica dell’accumulazione capitalistica non è consolidata è un’operazione certamente rischiosa per chi la propone. Si tratta di una contraddizione non nuova eppure sempre attuale, alla luce delle proiezioni di oggi verso l’Ucraina, la Siria e la Libia.

Le mire espansionistiche di Luigi XIV avevano ispirato in precedenza anche il disegno di riforma di William Penn, il quacchero la cui famiglia fu proprietaria della Pennsylvania (la selva di Penn) fino alla Rivoluzione americana. Le Lega di Augusta contro la Francia comportava un aggravio fiscale per i coloni americani e Penn cercò di immaginare nel 1693 come l’Europa sarebbe potuta uscire dallo stato di guerra. Daniele Archibugi (studioso di politica e diritto internazionale, oltre che di pianificazione territoriale) dice che Penn abbia, in nome della tolleranza religiosa e della libertà di commercio, anticipato la nozione di Parlamento Europeo (ma abbiamo già visto qualche precedente nella Congregacio di re Giorgio di Boemia), quella di voto segreto (già però esistente nell’antica Roma), quella di un numero di parlamentari in proporzione maggiore ai territori più piccoli (anche se in senso assoluto rispettando la grandezza degli Stati) e quella dell’allargamento a Russia e Turchia. Peccato che l’utopia pacifista di Penn non abbia avuto seguito né al di qua, né al di là dell’Atlantico (visto il genocidio degli Amerindi e la guerra civile americana).

Nel 1814 il Conte di Saint-Simon (considerato nei libri di testo anticipatore del positivismo di Comte e del socialismo) scrive un libello dal titolo “Della riorganizzazione della società europea ovvero della necessità e dei mezzi per unire i popoli europei in un sol corpo politico conservando le rispettive indipendenze nazionalinel quale (frustrato dalla fine dell’esperienza napoleonica) parla della necessità di costituire un Parlamento Europeo però dopo che Francia e Inghilterra abbiano riorganizzato la Germania accelerando l’unificazione di tutto gli staterelli tedeschi in modo ad evitare che la Germania potesse diventare un pericolo per la pace. Nonostante questa intuizione il testo di Saint Simon è anch’esso ambiguo perché caratterizzato (nonostante l’istanza scientistica del suo autore) da una sorta di ammirazione per la presunta concordia europea del Medioevo e da un attesa sia pure scettica delle conclusioni del Congresso di Vienna. Partendo dall’opera di Tully e di saint Pierre egli intuisce che il principio di equilibrio delle potenze è una pace che prepara solo la guerra e questo ispira la sua proposta. E tuttavia quest’ultima ha elementi retrivi (anche per la sua epoca) quali la composizione delle due camere per censo (la Camera dei Pari) e per presunti meriti professionali (la Camera dei Deputati) oltre la presenza di un monarca.

Anche Carlo Cattaneo nel 1833 pensa ad una estensione del suo principio federale all’Europa e l’argomento che usa (nonostante i suoi principi etici e politici) è quello della forza degli Stati Uniti d’America che in virtù del loro rapporto federale costituivano una nazione possente e non, come gli europei, una greggia di piccole colonie invidiose, nemiche e continuamente costrette a vivere con le armi in mano. Ovviamente si sbaglierà se guardiamo alla successiva guerra civile americana. E tuttavia, coerentemente con la sua visione federalista, parlando degli Stati Uniti d’Europa, egli dirà: ogni popolo padrone in casa sua (chissà come avrebbe commentato l’esperienza catalana).

Infine nel 1849 Victor Hugo (scelto come membro della Camera dei Pari da Luigi Filippo) dice nel discorso inaugurale alla Conferenza internazionale per la pace di Parigi che verrà un giorno in cui la guerra tra Parigi e Londra sembrerà cosa assurda ed impossibile, in cui gli unici campi di battaglia saranno i mercati, le pallottole saranno sostituite dal diritto di voto e di un senato grande e sovrano e dove Stati Uniti d’America e d’Europa si tenderanno le mani tra loro. Peccato che questo sogno venisse fatto un anno dopo lo spargimento di sangue che aveva stroncato il tentativo di rivoluzione del 1848. Peccato che oggi i mercati sono campi di battaglia che però mortificano il tentativo delle classi subalterne di essere arbitre della loro vita.

Non vogliamo parlare poi del mito dell’Europa greca che sarebbe celebrato da Eschilo, né dell’Europa come armonica sede della Cristianità in Novalis altrimenti dovremmo analizzare come l’ideologia ricostruisce la storia trasfigurandola in un mito volto ad entusiasmare e disciplinare ad un tempo. Inoltre si voleva accennare solo a progetti più dettagliati di unione europea.

Accenneremo solo ad una ideale contrapposizione. Da un lato Giuseppe Mazzini che afferma nel 1866 che il mandato europeo alla Russia non è quello di opprimere le altre nazioni slave, ma conquistare le vaste regioni orientali all’incivilimento, in un’opera che farà dell’Asia un’appendice dell’Europa. Nella misura in cui la Russia dimostrerà di assolvere questo mandato potrà aspirare a iscriversi all’associazione degli europei.

Dall’altro lato Lenin (calmucco per parte di padre ed ebreo per parte di madre) che, in “L’Europa arretrata e l’Asia avanzata”, scritto nel 1913, con la sua capacità espressiva rovescia l’ideologia dell’Europa civilizzatrice evidenziando come nell’Europa avanzata comandi la borghesia che sostiene tutto ciò che è arretrato e si allea a tutte le forze invecchiate per mantenere la schiavitù salariata. Invece in Asia la borghesia marcia ancora con il popolo contro la reazione e centinaia di milioni di lavoratori hanno l’alleanza sicura del proletariato di tutti i paesi civili la cui vittoria libererà sia i popoli d’Europa che quelli d’Asia.

di Italo Nobile, Rete dei Comunisti

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