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Venezuela: la posta in gioco e la necessità della mobilitazione.

In questi giorni stiamo assistendo ad una pericolosissima escalation di provocazioni e minacce contro il legittimo governo venezuelano. Il tentativo di golpe ordito dall’Amministrazione USA attraverso l’autoproclamazione di Juan Guaidò a presidente del Venezuela apre un nuovo, inquietante, scenario di guerra nel cuore dell’America Latina.

Negli ultimi anni abbiamo assistito al sistematico attacco contro il nuovo corso politico cresciuto intorno all’ipotesi dell’Alba Latinoamenticana, cresciuta grazie allo slancio rivoluzionario del Venezuela di Ugo Chavez e della Bolivia di Evo Morales, che hanno trovato sin da subito un naturale alleato nel governo e nel popolo di Cuba. 

L’imperialismo statunitense non ha mai dato tregua a questa alleanza, che ha cambiato il volto di un intero continente. Gli strumenti di questa sistematica opera di logoramento sono stati quelli classici dell’ingerenza a tutti i livelli: mediatica, economica e militare. Sino ad ora “per interposta persona”, attraverso il sostegno alle oligarchie interne e agli eserciti dei vari paesi, dall’Honduras al Brasile e all’Argentina tornate delle mani di governi di destra e iperliberisti.

Nel caso del Venezuela l’Amministrazione Trump sta pianificando un intervento militare diretto, con lo spostamento di migliaia di truppe in Colombia, paese da sempre fedele alleato dei governi nordamericani.

Le repentine svolte in politica estera implementata dall’attuale Amministrazione statunitense, sono il prodotto di un complesso insieme di fattori che evidenziano il declino dell’egemonia dell’imperialismo USA nel mondo, che ridisegna progressivamente nuove aree di influenza dal Medio all’Estremo Oriente, in Africa ma anche in Europa, con lo sviluppo contraddittorio all’interno e intorno al polo imperialista europeo intorno alla UE.

Siamo entrati da tempo in un contesto internazionale di profonda instabilità, che al momento non vede precipitazioni generali solo “grazie” all’equilibrio delle armi nucleari, possedute ormai da molte potenze regionali e singoli paesi.

L’attacco in corso contro il Venezuela bolivariano e' un ulteriore tassello di quella “strategia del terrore” attraverso la quale Trump tenta disperatamente di modificare a proprio favore i rapporti di forza internazionali, tornando a praticare la mai abbandonata Dottrina Monroe del “giardino di casa” nel continente latinoamericano come retroterra geografico da ri-stabilizzare con il ferro e il fuoco, per farlo tornare alla condizione di territorio per razzie di materie prime e mano d’opera a bassissimo costo.

La polarizzazione determinatasi in sede ONU e tra le grandi potenze sulla vicenda venezuelana e' la cifra del livello scontro al quale è giunto oggi il mondo. In forme diverse, sembra di essere tornati all’epoca del confronto Est Ovest conclusosi con l’89.

Per i comunisti, gli internazionalisti, i sinceri democratici che non intendono piegarsi alle strumentali e ciniche interpretazioni del diritto internazionale, funzionali alla vulgata interventista contro il Venezuela, la difesa del legittimo governo Maduro acquista un valore molteplice, in termini di difesa della pace nel mondo, del diritto all’autodeterminazione dei popoli, della legittimità piena del processo democratico implementato negli ultimi 20 anni nel Venezuela Chavista e bolivariano, ma anche in difesa di un processo perfettibile ma tendente alla costruzione di quel Socialismo del secolo XXI al quale aspirano ancora milioni di persone nel mondo.

La gravissima escalation contro il Venezuela bolivariano, vede come protagonisti anche i governi dell’Unione Europea (escludendo per ora solo il governo italiano) che hanno riconosciuto il golpista Juan Guaidò come presidente. Non possiamo tacere di fronte al fatto che anche governi europei come Grecia, Spagna e Portogallo, dove partiti comunisti o forze progressiste sono decisivi nelle scelte e negli equilibri, si siano accodati alle scelte degli Usa e della Commissione europea invece di mettersi di traverso al resto dell’Unione Europea. Oggi come nel passato, il posizionamento sui problemi internazionali diventa dirimente.

Per questo chiamiamo tutte le forze coordinarsi in Italia e in Europa per condividere un percorso di mobilitazione contro le ingerenze statunitensi ed europee contro il legittimo governo del Venezuela, che rischiano a breve di innescare in quel paese una sanguinosa guerra civile.

       Rete dei Comunisti

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Sul sostegno al Venezuela bolivariano ci si unisce e ci si divide


In queste ore in cui si va palesando il colpo di stato in Venezuela apertamente ispirato e sostenuto dagli Stati Uniti e dai governi di destra dell’America Latina, anche nel nostro paese il posizionamento su quanto avviene definisce e dirime i percorsi.

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Cesare Battisti: un trofeo della “guerra sporca”

La vergognosa canea a cui siamo costretti ad assistere sull’arresto e la fulminea estrazione di Cesare Battisti, non deve vedere abbassare la testa a chi negli anni e ancora oggi si è battuto e si batte contro un sistema di oppressione diventato sempre più insopportabile.

Il personaggio Cesare Battisti non si presta al ruolo di martire, ma il contesto della sua storia trascende della sua personale esperienza.

1) In primo luogo a intestarsi l’operazione di rimpatrio di Battisti sono due governi, uno ormai dichiaratamente fascista come il Brasile, l’altro con un razzista e un anticomunista viscerale come ministro dell’Interno (l’Italia). Non è un dettaglio trascurabile;

 

2) In secondo luogo non ci sentiamo di condividere la scelta e la rapidità con cui il governo progressista della Bolivia ha ceduto sull’estradizione di Cesare Battisti. C’era una domanda di asilo politico che doveva essere esaminata dal Conare (Consiglio Nazionale per i Rifugiati) boliviano prima di prendere qualsiasi decisione e poi ci sono le leggi internazionali sull’estradizione che avrebbero consentito di non cedere alle pressioni dei governi di Brasile e Italia. Non lo aveva fatto per anni il governo francese, non lo aveva fatto per anni il precedente governo brasiliano. Perché il governo progressista boliviano non ha fatto altrettanto? Nessuno sottovaluta che oggi in America Latina il clima politico sia cambiato in peggio con la restaurazione di governi di destra in Brasile e Argentina e l’indebolimento dell’ondata progressista. Erano prevedibili le pressioni sulla Bolivia, ma la rapidità con cui è stato consentito l’arresto e l’estradizione di Cesare Battisti non assolvono le autorità boliviane dalle loro responsabilità;

 

3) In terzo luogo, in America Latina – diversamente che in Italia – abbiamo visto palesarsi la possibilità democratica che ex guerriglieri come Mujica in Uruguay o Dilma Youssef in Brasile diventassero presidenti, o che in Bolivia e Venezuela ex guerriglieri potessero svolgere incarichi di governo.

Questa possibilità in un paese come l’Italia non è mai avvenuta, perché lo Stato e i partiti politici hanno sempre impedito un vero dibattito politico e storico nel paese sulla “guerra di bassa intensità”, che è stata scatenata e combattuta in Italia dalla strage di Piazza Fontana del 12 dicembre 1969 fino ai primi anni Ottanta. La pesantezza di questo impedimento traspare non solo nelle dichiarazioni forcaiole della destra ma anche in quelle di alcuni forcaioli della sinistra.

Da allora è stata sistematicamente negata una soluzione politica sulle conseguenze di quel conflitto ed è stata impedita una amnistia – come esplicito atto politico – che in qualche modo riconoscesse il carattere eminentemente politico - e per tutti i soggetti coinvolti – di quanto è avvenuto nella storia recente del nostro paese.

Non si possono demonizzare i fatti di quel periodo storico con una visione unilaterale che troppo somiglia ad una vendetta del vincitore – lo Stato – e nascondendo che ci furono anche cinquemila prigionieri politici, carceri speciali, torture, sentenze spropositate, leggi repressive anticostituzionali, uccisioni su entrambi i fronti e spesso di persone innocenti. Una “guerra sporca” appunto, combattuta nelle strade e nelle piazze.

L’Italia non è stata e non è ancora uno Stato “normale” e non lo sarà mai fino a quando non farà i conti con la propria storia più recente, anche delle sue pagine più dolorose o sanguinose.

E’ un giudizio impegnativo ma veritiero, un giudizio che anche le autorità boliviane avrebbero dovuto prendere in considerazione prima di concedere rapidamente una estradizione che affida una persona perseguita per gravissimi reati – ma per motivazioni politiche come quelle di ex presidenti o ministri latinoamericani – ad un governo vendicativo e ad uno Stato punitivo.

4) Infine, ma non per importanza, vogliamo riaffermare come la vicenda di Cesare Battisti esuli dal personaggio in questione, ma riponga con prepotenza nel nostro paese una contraddizione ancora aperta sul piano storico e una battaglia politica come quella dell’amnistia, per i protagonisti dei conflitti ormai passati da decenni e per quelli dei conflitti in corso oggi.

 

La Rete dei Comunisti

 

14 gennaio, 2019

 

Italia. Godot non arriverà, ma i gilets jaunes si!

Il passo indietro di Minniti dalla corsa alle primarie del Pd fa il paio con i rumors sulla tentazione di Renzi di procedere alla scissione del Pd, per dare vita ad un nuovo partito moderato, magari in sincronia con Forza Italia (e in prospettiva anche con Salvini), dando così così una rinfrescata strategica al rimpianto Patto del Nazareno.

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