Spazio e tempo nella metropoli
Tra controllo-dominio del capitale e resistenza popolare.
La metropoli è uno sterminato territorio cosparso di piccole e grandi città s-collegate tra loro. E’ una mega città diffusa senza porte e la metropoli non si sa dove comincia e dove finisce. Nella metropoli non esiste alcun ordine e paesaggio naturale; davanti a noi non esiste alcuna “città futura” a partire dalla quale si possa giudicare la città presente.
Il centro, luogo della chiarezza geometrica e terreno di dominio della razionalità del capitale, viene scompaginato e ridimensionato dalla mappa della città. Nell’esodo metropolitano tutti i confini vengono travolti: tra periferia e centro, tra città legale e città abusiva, tra quartieri residenziali e luoghi di lavoro. Tutto si mescola e tutto si frantuma, e per i proletari costretti e rinchiusi nelle riserve periferiche, il territorio si tramuta in un insieme di marginalità e fragilità. Il nuovo spazio non delimita un ambiente, una comunità, che serve a riconoscere gli abitanti secondo valori, tradizioni e identità. Questo spazio deve essere percorso, attraversato, per conoscere i luoghi dell’indefinito e dell’astrattezza sociale, per tracciare nuove strategie includenti e alternative.
Davanti a queste complesse problematiche, stiamo sperimentando un agire politico e sociale alternativo, tentando di affrontare i nodi reali della frammentazione sociale e dello squilibrio urbano. Negli ultimi mesi ha preso corpo una nuova esperienza: il CONSIGLIO METROPOLITANO, una struttura autorganizzata, indipendente e includente, che sta crescendo dentro una discussione cittadina e territoriale per mettere al centro la ricerca di nuove forme dell'agire politico/sociale. Ad oggi la sua articolazione è dispiegata su alcune questioni importanti come la lotta per il diritto alla casa e alla cittadinanza, il Piano Rifiuti Zero e l’Acqua Pubblica, la difesa e il rilancio del TP, la lotta alle privatizzazioni e alle cementificazioni. L'obiettivo é di far vivere e crescere una realtà che nel coinvolgere gli strati popolari, diventi una struttura di massa metropolitana, articolata territorialmente su diverse soggettività e tematiche, un luogo d’informazione, formazione, partecipazione e conoscenza, al servizio di tutti i cittadini e dei Comitati, un grande "sportello", un’ Agenzia Popolare, la "Casa della Città".
Il corpo orizzontale autonomo e resistente sono gli uomini e le donne che si incontrano e si uniscono con il denominatore comune della liberazione dall’alienazione quotidiana per ri/dare identità ai luoghi, ai quartieri e quindi a tutta la metropoli con gli strumenti della solidarietà e della partecipazione per l’insorgenza anticapitalista metropolitana.
Attraverso l’arricchimento culturale della multietnicità, costruire il percorso verso la città futura, la città aperta a tutti/e. Per questo la Confederalità sociale, interdisciplinare e unitaria valorizza e rilancia il tessuto di relazioni delle realtà che la resistenza civica al capitalismo ha nel tempo sedimentato nel territorio e nei luoghi di lavoro con la passione sociale di tutta la collettività popolare metropolitana.
Tutto l’impegno è rivolto alla costruzione di una strategia per una metropoli ripulita dai rapaci poteri forti della rendita fondiaria e finanziaria che con la loro indigestione di profitti hanno prodotto marginalità, precarietà, individualismo e abbandono sociale. Se sapremo lavorare territorialmente e agire diffusamente, si porterà in superficie e alla ribalta la parte più viva della Roma Popolare, quella resistente ed insorgente, alternativa alla putrida Roma moderna della finanza e dei palazzinari.
Nel caos volutamente pianificato dal potere, la funzione del conflitto è determinante, i movimenti sociali di questi anni hanno espresso un carattere resistenziale e di salvaguardia degli spazi “residui”, dentro ad una piatta metropoli che in maniera strutturale costante si è affermata come il simbolo di dominio delle compatibilità capitalistiche.
La metropoli oggi è disagio sociale diffuso, tra condizione abitativa precaria, disoccupazione e inacessibilità ai servizi. La metropoli dei luoghi alternativi culturalmente e socialmente, è un luogo fisico in cui si sperimenta al di fuori di ogni controllo, la tendenza all’autorganizzazione, quindi lo spazio come testimonianza di r-esistenza che riaggrega esperienze diverse.
La metropoli-periferia ha una forma casuale, arrangiata, disordinata. Oltre lo spazio è il tempo l’altra variabile. Il ridimensionamento del ruolo e del peso della classe operaia influisce sulla natura dei movimenti metropolitani. Soprattutto tra i giovani vi sono percentuali altissime di disoccupazione, precariato e lavoro nero. Ma quando la centralità del lavoro annaspa, anche la categoria-tempo perde importanza nel disegno dei conflitti urbani. Nella metropoli la posta in gioco era la liberazione del tempo: liberarsi e/o ridurre il tempo del lavoro salariato significava liberare parte della propria vita dal controllo dei padroni, riacquistando spazi di libertà.
Il conflitto sul tempo era lo scontro per la riappropriazione del plusvalore. Il tempo di lavoro è il cardine del sistema capitalistico e l’attacco alla sua dimensione è l’attacco centrale all’organizzazione capitalistica. Possiamo dire che si è determinato uno spostamento della centralità del conflitto dal problema del tempo a quello dello spazio. Lo spazio gioca un ruolo essenziale in molti dei grandi movimenti rivendicativi. Dato che le società occidentali sono state caratterizzate da una generalizzazione progressiva dell’urbanizzazione, la città diventa il luogo dei conflitti come la fabbrica. Lo spazio viene inteso come difesa della qualità dei luoghi dove vivere, difatti i conflitti ecoresistenti hanno il loro cardine proprio nello spazio-natura, nel suo deterioramento e inquinamento, nell’abuso e nel consumo di suolo e di risorse.
La centralità del conflitto sullo spazio, rispetto a quello del tempo, si lega non solo alle trasformazioni economiche e alla crisi , ma anche alla crisi della politica e dei suoi strumenti. La metropoli non è solamente l’estensione in scala della dimensione della città, è la negazione stessa della forma urbana classica.
La crisi ha accelerato i meccanismi di una accumulazione flessibile che per sopravvivere deve accrescere i margini di sfruttamento sulla forza lavoro, la precarietà contrattuale e la flessibilità produttiva sono oggi un binomio indissolubile. Questo determina continue metamorfosi sul piano dello spazio, ovvero della dimensione geografica del capitalismo, rappresentata oggi dalla metropoli.
La modificazione dello spazio in generale e l’urbanizzazione selvaggia, tra rendita fondiaria e finanziarizzazione, sono per il capitalismo un aspetto fondamentale, come lo sono l’assalto ai servizi pubblici dove amministrazioni compiacenti con la valorizzazione, privatizzazione e cementificazione sono il cavallo di troia dell’infiltrazione dei poteri forti delle multinazionali.
L’oggetto della riappropriazione non può essere che la lotta stessa dei proletari contro lo sfruttamento e l’emarginazione, la sola attività che può sottrarsi al dominio del capitale.
Tutto ciò è tendenzialmente sovversivo perché alla lunga incrina i rapporti di produzione capitalistici.
Oggi, con la crisi, per la mancanza di lavoro, per la precarietà, per la dimensione metropolitana diffusa, diventa centrale non tanto il reddito ma il lavoro e quindi al tempo stesso la sua possibile trasformazione. La resistenza diventa oggi offensiva perché tocca elementi legati alla generalizzazione del tempo e dello spazio.
Il rapporto tra conflittualità e mutualismo, apparentemente rappresentanti di due dinamiche diverse fra di loro, possono entrambe essere recuperate, cosi come possono giocare un ruolo nello sviluppo di nuove relazioni sociali. La creazione di un Gruppo d’Acquisto o di uno sportello popolare se inseriti dentro un preciso meccanismo di relazione con l’elemento di conflitto e quindi di indipendenza di classe, assumono un ruolo che in una fase di generalizzazione della precarietà e di stagnazione capitalista, va oltre il mero assistenzialismo.
Non basta l’agire in un comitato di lotta, in un sindacato, in una associazione per essere contro il dominio del capitale, il problema è capire la propria funzione e al tempo stesso capire il limite della stessa struttura dove si opera, arrivare a correggere la sua linea quando questa rischia di rientrare nelle logiche dell’avversario di classe. Per esempio chi esalta la spontaneità, arriva ad una forma di inadeguatezza, confusione e compatibilità con il potere. L’unico modo per provare a contrastare questa degenerazione, è mantenere al centro il rapporto tra direzione, funzione e prospettiva. Il punto centrale su cui concentrarsi è lo sviluppo di meccanismi e strumenti collettivi autorganizzati, autonomi e indipendenti.
Solo se saremo capaci di estendere l’azione anticapitalistica metropolitana dando forza e vitalità alla prassi comune e non immaginaria, il progetto andrà lontano con il cuore e le gambe dei resistenti e dei rivoluzionari.
* Consiglio Metropolitano (Roma)



