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L’Unione Europea. Un ambiguo inizio

Nell’ambito del lavoro di documentazione storiografica e di ricostruzione del dibattito sulle modalità e le caratteristiche di costruzione del polo imperialista europeo continuiamo la pubblicazione di una serie di contributi redatti da Italo Nobile.

 

La redazione del sito della Rete dei Comunisti

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L’Unione Europea. Un ambiguo inizio

Winston Churchill non pare abbia mai brillato per internazionalismo, ma era un convinto assertore degli Stati Uniti d’Europa. Ovviamente non era d’accordo sul fatto che la Gran Bretagna dovesse farne parte. Già nel 1930, ispirandosi ad una famosa frase del Vangelo di Giovanni, dichiarava (ripetendolo nel 1951) che la Gran Bretagna fosse con l’Europa, ma non facesse parte di essa. Quest’atteggiamento, somigliante all’ “Armiamoci e partite” oppure alla logica della famosa frase di Groucho Marx “Mi rifiuto di appartenere ad un club che mi accetta fra i suoi membri” è indicativo di come la costruzione europea nasca nel segno dell’ambiguità, perché è ambiguo lo sviluppo stesso del capitalismo, è ambigua la formazione stessa di un polo imperialistico. Ciò che viene cantato come unione è la continuazione della competizione tra capitalismi con altri mezzi ed è il presupposto della guerra tra imperialismi ad un livello superiore. Dunque è un’unione sacra che però non s’avrebbe da fare.

In Churchill questa contraddizione è dichiarata. Nel 1940 egli propone addirittura l’unificazione (sulla scia europeista di Jean Monnet) tra Inghilterra e Francia in seguito all’entrata in guerra dell’Italia al fianco della Germania. Un embrione della futura unificazione nasce in vista del conflitto con un’altra parte d’Europa, contro “un sistema che riduca l’umanità ad un vivere di automi e schiavi”. A guerra finita, nel 1946, accanto al discorso sulla cortina di ferro, prima nel Missouri e poi a Zurigo Churchill parla di una sorta di Stati Uniti d’Europa, basati su una partnership franco-tedesca e con fratelli maggiori la Gran Bretagna, il Commonwealth e gli Usa. Un’Europa unita stavolta come bastione non contro il nazismo ma contro il comunismo sovietico di cui Churchill fu acerrimo nemico. In questo progetto c’è tutta l’appartenenza atlantica dell’Inghilterra (“facciamo che l’Europa risorga” ma “non permetteremo che nessuna divisione venga tracciata tra la Gran Bretagna e gli Stati Uniti” e “solo nel momento in cui i piani per unire l'Europa prendono una forma federale non possiamo parteciparvi, perché non possiamo subordinare noi stessi o il controllo della politica britannica a delle autorità federali”) , il suo non volersi rassegnare ad essere un paese come gli altri, la sua vocazione imperialistica che sente sovrastata dall’ascesa americana ma in cui essa vuole conservare un ruolo primario che sarebbe mortificato dall’appartenenza europea senza se e senza ma.

Il risultato è una proposta che vede l’Europa nascere nella mangiatoia di Usa e Gran Bretagna. E questo rapporto filiale sta ancora condizionando il polo imperialista europeo per quanto gli sforzi per superare questa condizione adolescenziale sono evidenti a tutti, a guardare certi numeri. Addirittura negli Usa nel 1947 il Congresso degli Usa approva una risoluzione per cui “Il Congresso degli Stati Uniti favorisce la creazione degli Stati Uniti d’Europa” (chissà cosa penserebbe adesso Trump di questa risoluzione). Qualche mese dopo il Segretario di Stato George Marshall annuncia l’European Recovery Program (più famoso come Piano Marshall) e comincia la guerra fredda con l’Urss. Il piano considerava da un lato l’Europa come un malato e dunque i 14 miliardi di dollari in quattro anni servivano per evitare il deterioramento di un continente già straziato dalla guerra. D’altro canto il piano si prefissava il compito di favorire l’integrazione economica europea al fine di far sorgere un partner che implementasse il commercio con gli Usa, favorendo così l’esportazione di merci e capitali americani in Europa. L’abbraccio ratificava una gerarchia tra capitali che la guerra aveva evidenziato (e volendo ratificare una gerarchia poneva le condizioni per la costituzione futura del polo imperialista europeo). Al tempo stesso gli Usa, temendo la vecchia potenza britannica e volendo saldare l’Europa contro l’Urss negava la vendita di armi agli inglesi se non inseriti in una difesa europea integrata (contrariamente alle dichiarazione atlantiche di Churchill gli Usa temevano più il Commonwealth in parabola discendente che non la nascente Europa). In questo modo gli Usa tenevano strettamente il “manubrio” che univa e divideva tra loro l’Europa continentale e il Commonwealth britannico.

Nel 1948 Regno Unito, Francia, Belgio, Paesi Bassi e Lussemburgo firmano perciò la prima versione del Trattato di Bruxelles contro il fantasma della Germania e contro la più consistente realtà dell’Urss. Essi costituiscono su ispirazione inglese l’UEO (Unione Europea Occidentale), un’organizzazione di cooperazione politica e militare che ha avuto un andamento oscillante (dall’oscurità a cui l’ha relegata la Nato alla sua riattivazione a partire dagli anni Ottanta), conforme a quello della progressiva emersione del polo imperialista europeo. Il timore che l’interesse Usa fosse solo economico porta ad un’alleanza militare difensiva. Truman ne approfitta dopo pochi giorni e sostiene un patto di sicurezza (il futuro Patto Atlantico) in cui il governo statunitense considererebbe un attacco contro uno degli Stati firmatari del trattato di Bruxelles come un attacco contro gli Stati Uniti. In questo modo difesa e offesa, ragione e pretesto si confondono bellamente come nella migliore tradizione imperialista. Al patto nel 1949 gli aderenti erano 12, ma l’automatismo della reazione alla minaccia ad uno degli Stati membri si era affievolito. Questo proprio perché l’ombrello Nato che nasceva in quell’anno oscurava la già difficile tendenza alla costituzione di una autonoma difesa comune europea. L’unità europea erano gli Usa proprio perché essa a parole era l’antidoto contro una terza guerra in Europa, ma nei fatti era la prima difesa contro l’Unione Sovietica. La Nato nel mentre dichiara di voler integrare la difesa comune alla fine previene ogni istanza di autonomia europea.

All’inizio dello stesso anno era andata in vigore l’unione doganale tra Belgio, Paesi Bassi e Lussemburgo che diventerà unione economica vera e propria con un accordo firmato dieci anni dopo: il Benelux, che sarà un modello per la nascita dell’Unione Europea.

Nel 1948 su iniziativa sempre di George Marshall, nasce a Parigi l'OECE (Organizzazione Europea di Cooperazione Economica) al fine di controllare la distribuzione degli aiuti del Piano Marshall per la ricostruzione post-bellica. Contemporaneamente essa promuove il libero scambio di merci e capitali tra paesi membri attraverso la riduzione delle tariffe doganali. Nel 1949 a questo proposito il responsabile americano della gestione del piano Marshall dice “Lo scopo primario di questa integrazione è la nascita di un Mercato Unico all'interno del quale siano eliminate tutte le restrizioni quantitative al movimento dei beni, le barriere valutarie che impediscono i pagamenti e tutti i dazi doganali".

Un mese dopo il Patto Atlantico, quasi a voler compensare la perdita di autonomia strategica, nasce in Europa con il Trattato di Londra uno strano organismo (sul quale ironizzava Jean Monnet), esterno all’Unione Europea (molti membri non fanno parte dell’Unione), le cui iniziative non sono vincolanti per gli Stati membri (che le devono ratificare nel loro ordinamento interno), ma che svolge una importante funzione ideologica e di mediazione tra l’Unione Europea ed altre nazioni : si tratta del Consiglio d’Europa (da non confondere con il Consiglio dell’Unione Europea e il Consiglio Europeo) che fino al 1989 ha svolto una funzione più generica di promozione dell’identità culturale europea ma dopo ha elaborato un modello politico per le democrazie post-comuniste dell’Est Europa, anticipando la proiezione del polo imperialista europeo verso quelle zone.

All’interno dell’ideologia federalista dell’europeismo si distingue l’utopia dei federalisti (che vorrebbero una costituente) e il realismo dei funzionalisti che accettano e promuovono accordi intergovernativi e propongono un programma di azione progressivo per realizzazioni settoriali. E’ in quest’ambito culturale scettico verso la democrazia che l’unione europea procede. La molla che rende possibile il primo importante passo fu la necessità di risolvere il problema tedesco. Fino ad allora la Francia si era atteggiata a guardiana dello sviluppo democratico tedesco. Per il cancelliere tedesco Konrad Adenauer l’Europa era la stella polare a cui la Germania, che si doveva avviare verso una faticosa ricostruzione (che sembra essere una sorta di conversione), avrebbe dovuto dare poi un contributo. Non ci si crederebbe che dai miti pensieri di una nazione attraversata dai sensi di colpa potesse sorgere la potenza esportatrice che colonizza internamente l’Europa meridionale. Il Capitale, come sfrutta la guerra per risorgere dalle sue ceneri, così si serve dei sensi di colpa per dare slancio alla sua accumulazione come se edificasse piramidi sacrificali (Frau Merkel è figlia di un pastore luterano, e luterana essa stessa, mentre Adenauer era cattolico e dunque predisposto ad immaginare la ripresa dell’accumulazione come un miracolo tedesco). La Germania di fine guerra era caratterizzata da un rigido razionamento legale e da un fiorente mercato nero. Ludwig Ehrard (poi definito come il padre dell’economia sociale di mercato) era allora consigliere economico del governo di occupazione americano e amministratore delle zone occupate occidentali. Egli, sostituendo completamente il Reichsmark con il nuovo marco tedesco diede un colpo fortissimo al mercato nero e permise di nuovo la nascita di un mercato legale del lavoro. L’innalzamento della disoccupazione conseguente a tale provvedimento (il mercato legale vuol dire dominio legalizzato sulla forza lavoro) causò un grande sciopero generale e il blocco di Berlino Ovest da parte dei sovietici (che avevano rifiutato la circolazione di questa nuova moneta nell’area da loro controllata). Tuttavia il ponte aereo Usa e il piano Marshall attenueranno la portata di questi problemi e nel 1952 la Germania genera il suo primo surplus commerciale. Ebbene questa incipiente accumulazione tedesca non poteva essere mortificata dalle briglie francesi alla produzione quando anche la Francia aveva bisogno del carbone tedesco.

Inoltre la rottura tra Urss e Occidente a seguito del Piano Marshall e della strategia monetaria di Ehrard favoriscono la pacificazione tra Francia e Germania.

Infine la guerra di Corea e dunque l’interesse degli Americani giocarono addirittura a favore del grande industriale siderurgico (operante nella regione della Ruhr) e criminale di guerra Alfried Krupp (tanto da fargli ridurre la pena inflittagli a Norimberga da 15 anni a 7 mesi). L’infaticabile Jean Monnet (imprenditore vinicolo assoldato dalla politica, accanito ma pragmatico europeista, consigliere di Roosevelt) elabora un memorandum (dove la Germania è vista come avamposto contro l’Urss in armonia con il detto rovesciato “si vis bellum para pacem”) che sarà utilizzato dal ministro degli esteri francese Schuman. Quest’ultimo tiene nel Maggio 1950 un discorso in cui prospetta la costituzione di un’Alta Autorità per la messa in comune e la gestione di carbone e acciaio, oggetto storico di contesa da parte di Germania e Francia. Tale messa in comune deve infatti essere il presupposto per una pacificazione tra i due paesi. L’acciaio e il carbone francesi e tedeschi diventano europei. L’accumulazione di capitale le nazioni le disgrega ma può anche costringerle alla pace. La zona del carbone e dell’acciaio (Saar, Ruhr, Alsazia, Lorena), da sempre contesa tra Francia e Germania, diventa il cuore dell’Europa nascente e non a caso in quella zona si era già costituito il Benelux (le cui nazioni costituenti pure erano caratterizzate da industrie siderurgiche). Sempre in quella zona s’installerà il governo dell’Unione (nelle città di Bruxelles, Strasburgo e Lussemburgo). L’Unione Europea si basa cioè sull’improbabile pace tra Francia e Germania (che non a caso Macron dal momento della sua elezione cerca di rilanciare). E tuttavia è proiettata verso la guerra verso Est, dal momento che carbone e acciaio sono le materie prime dell’industria bellica. La pace tra Francia e Germania, generatrice dell’Unione, sancisce la subordinazione dell’Europa stessa alla guerra fredda americana.

La proposta di Schuman si concretizza un anno dopo nel Trattato di Parigi del 1951 che costituisce la Ceca (Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio), pietra angolare dell’Unione Europea. Gli aderenti sono il Benelux (Belgio, Paesi Bassi e Lussemburgo), la Germania Ovest, la Francia e l’Italia. Nel Trattato si stabilisce la libera circolazione di questi prodotti, le istituzioni comunitarie preposte (Alta Autorità, Assemblea, Consiglio dei Ministri e Corte di Giustizia), la loro composizione ed il loro funzionamento. Il Trattato fu ratificato da tutti i paesi coinvolti nel 1952 e il mercato fu aperto nel 1953. L’organizzazione così costituita è il prototipo della struttura comunitaria, dotata di poteri propri (e a cui gli Stati cedono parte della sovranità) e una propria assemblea caratterizzata a sua volta da poteri solamente consultivi. Si tratta di un deficit di democrazia. E questo deficit di democrazia si giustifica per rendere gli Stati nazionali liberi di formare accordi reciproci. Tale autonomia sarebbe compromessa se ci fosse un organo legislativo comunitario. Eppure la logica intergovernativa ratifica le asimmetrie esistenti tra le nazioni che costituiscono l’Unione.

 

La dialettica tra Europa e Usa, quella tra Germania e Francia, tra Germania Ovest e Germania Est, tra Nato e Patto di Varsavia, quella tra sostegno e partecipazione, tra logica intergovernativa e democrazia comunitaria, tra pace interna e guerra all’esterno individuano le contraddizioni che fan no della nascente Unione Europea un processo all’insegna dell’ambiguità. Questa ambiguità è dovuta da un lato al fatto che il processo di integrazione si giustappone ad un terreno (storico e geografico) fatto di faglie e di divisioni che si ripropongono periodicamente per rallentarlo o fargli prendere direzioni non volute. D’altro canto il soggetto che meglio potrebbe incarnare le istanze di civiltà e di unificazione implicite nell’idea di Europa è il mondo del lavoro, che però da questo processo, cadenzato dallo sviluppo capitalistico, ne viene solo mortificato.

Italo Nobile

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