Tuesday, 24 January 2012 11:22

Sui Forconi. Occhio compagni!!

Le rivolte nella storia insegnano. La rivolta del '68 in Terra di Lavoro, ad Avola e poi Reggio Calabria. Una ricostruzione storica e politica

Da militanti comunisti occorre esser cauti nel dare giudizi circa insorgenze, conflitti che il procedere della crisi scatena o scatenerà in aree del pianeta, con tutto il carico di ambiguità e contraddizioni che queste potranno avere, senza cadere nel distacco purista o l’adesione acritica. Secondo Chang En-tse, teorico maoista, “la verità soggettiva non esiste” e in effetti affidandoci al materialismo storico è la realtà oggettiva che va affrontata nel suo duplice aspetto.  Andando al sodo: la rivolta dei Forconi. Jacquerie classica meridionale o movimento reazionario separatista che potrebbe dare fiato e radicamento nuovo alla Mafia? I precedenti storici sono tanti a cui far riferimento. Vespri Siciliani, Masaniello, Brigantaggio, tutti contraddittori. Fasci Siciliani, moti anarchici e contadini più definiti nell’orientamento e infine quelli influenzati , diretti o organizzati dalla CGIL e dal PCI che caratterizzarono gli anni 50 con le occupazioni delle terre.

Ma le rivolte, più o meno conosciute, che devono far riflettere sono quelle degli anni 60/70. Ricordate dopo l’eccidio di braccianti ad Avola le barricate di risposta e l’assalto alle caserme a Battipaglia? Movimento semi-spontaneo che prese in contropiede le forze di sinistra che faticarono nel prenderlo sotto controllo. Ma ancora, un anno prima, nella primavera del 68 , a Casal di Principe (si quella di Francesco Schiavone detto Sandokan) dopo un accalorato comizio del PCI contro l’aumento dei prezzi, i presenti, in maggioranza braccianti e disoccupati, vessati dai latifondisti locali e costretti a veder centinaia di loro compaesani  emigrare (decine di famiglie si recarono a Reggio Emilia e li si sarebbero insediati anche i clan) diedero vita ad una rivolta assaltando il Banco di Napoli, bruciando fasci di cambiali in piazza, bloccando il paese per giorni con pullman rovesciati e poi bruciati. Arriveranno i blindati dal capoluogo Caserta per avere ragione di uno scoppio di rabbia non “politico”, ma con basi di oggettivo disagio che colpì obiettivi “politici” diremmo oggi. Il comportamento che manifestarono   Sindacato  e Partito di classe fu singolare. Riunite d’urgenza le segreterie regionali su sollecitazione di Giorgio Napolitano (sì, quello!) queste di concerto fecero subito tornare da Roma un riconosciuto dirigente locale per calmare gli animi, il quale venne sollecitamente accompagnato da una pattuglia di pubblica sicurezza (sic) sui luoghi. La rivolta si era estesa in molti comuni contadini della zona e occorsero quindici giorni a ps, carabinieri, PC e CGIL per riuscire a riprendere il controllo della situazione. Il PCI, negli anni seguenti avrebbe avuto sindaci e voti ma aveva iniziato a rompere il legame con molti settori proletari che sarebbero stati costretti ad un altro flusso migratorio verso il nord ma soprattutto avrebbe dato forza e capacità di gestione politica alle famiglie camorriste  emergenti ( ma questo Il Saviano non lo dice perché non lo sa). Più famosa è la rivolta di Reggio Calabria, durata dal luglio 1970 a febbraio 1971 dove furono impiegate le parti dell’esercito per venirne a capo. Partita per questioni campanilistiche, essa portò in piazza centinaia di giovani disoccupati che innalzarano barricate per protestare contro le loro misere condizioni di vita.
La CGIL si rifiutò di proclamare lo sciopero generale, il PCI impose il presidio delle sedi mentre centinaia di suoi militanti in quartieri popolari come Sbarra e Gebbione praticava uno scontro di strada “moderno” con la solidarietà di quasi tutta la popolazione. I fascisti del MSI con il deputato Ciccio Franco e la parola d’ordine “Boia chi molla” diedero solidarietà alla lotta e copertura politica spingendo lo stato ad aumentare il livello di repressione e possibilità alle sinistre (CGIL, PSI, PC) di giustificarla perché la rivolta era “fascista”. Interessante invece fu la posizione di Lotta Continua e dei gruppi marxisti-leninisti che recuperarono in parte il valore di quella rivolta cogliendone spontaneità ma anche l’oggettività delle condizioni di arretratezza del sud.
Qualche anno dopo, il governo DC-PSI avrebbe dato l’avvio alla costruzione delle cattedrali nel deserto come il porto di Gioia Tauro per dare occupazione. Ora, davanti al movimento in questione detto dei forconi (effettivamente molto eterogeneo) quale dovrebbe essere il nostro atteggiamento?
Diverso da quello che abbiamo tenuto nei confronti degli incendi delle banlieues  parigine e delle rivolte arabe che ora sembrano islamizzate? L’oggettività delle contraddizioni è decisiva nelle scelte:  riuscire a vedere i punti deboli del nemico di classe e la disponibilità alla resistenza e alla lotta degli strati subalterni è l’aspetto positivo. Ciò non toglie che esiste una reale mancanza di direzione politica, di soggettività di classe, un vuoto nell’organizzazione delle lotte e soprattutto una “suggestione” per una vera alternativa che dovrebbe nuovamente attraversare i quartieri metropolitani, i luoghi di lavoro, le università e così via. Nel frattempo fondamentale resta la scelta di campo: con i dannati della terra o alleati con una delle frazioni della borghesia imperialista europea? Mai aver paura di sporcarsi le mani se abbiamo le idee chiare, autonomia di posizione e indipendenza di pensiero. Possiamo essere lungimiranti, compagni, con il bagaglio storico che abbiamo!

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