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Lotta di classe e scuola

Il mondo dell’istruzione è da sempre un formidabile strumento di propaganda e produzione ideologica. La scuola riveste un ruolo fondamentale nel processo di legittimazione del potere, di costruzione del consenso e di produzione e riproduzione dei rapporti sociali. Le élite dominanti hanno sempre stabilito egemonia e dominio attraverso la veicolazione di principi, valori e prassi mediate dal sistema scolastico e formativo.

L’attuale modello d’istruzione, affermatosi e consolidatosi negli ultimi vent’anni, è, in tal senso, espressione della lotta di classe dall’alto condotta con determinazione e successo dalle borghesie transnazionali europee a danno delle classi popolari dell’intero continente.

È questo il contesto nel quale si deve radicare l’opposizione alla legge 107 e a tutti i suoi addentellati economico – sociali. La direzione da prendere, fallita l’opposizione semi – istituzionale della LIP, dovrà essere quella della lotta di classe, da declinare su differenti piani, convergenti e complementari. Sarà infatti necessario appoggiare, rafforzare e intensificare il conflitto sindacale e sociale che, in varie forme e con differenti modalità, si oppone alla deriva mercantilistica dell’istruzione, alla distruzione della scuola pubblica, al classismo stesso insito nell’impianto della controriforma renziana. Sarà necessario costruire parallelamente un fronte politico di classe che sia socialmente il più ampio e trasversale possibile e che sia soprattutto all’altezza dello scontro in atto. Per uscire dall’angolo è importante operare per ricompattare il nostro blocco sociale attorno ad alcune parole d’ordine di opposizione al complesso delle politiche antisociali applicate alla scuola, alla casa, alla salute, passando per lo smantellamento dei servizi pubblici.  L’agitare la bandiera della ripubblicizzazione dei servizi e della nazionalizzazione dei settori chiave dell’economia può costituire l’inizio di una prassi politica finalmente orientata da una visione di classe. Sarà in una piattaforma di questo tipo che dovrà operare il prossimo movimento di opposizione alla 107, una piattaforma cioè che sia fatta di istanze e rivendicazioni di classe omogenee e coerenti nelle quali il nostro blocco sociale possa riconoscersi e riaggregarsi.

Infatti, il fine delle riforme scolastiche degli ultimi decenni e della Buona scuola è quello di replicare e cristallizzare gli attuali rapporti di forza tra le classi mediante la costruzione di un formidabile apparato ideologico in grado di agire su piani differenti e complementari. La novità più significativa introdotta dalla 107 e che rappresenta un vero e proprio salto di qualità, consiste nell’osmosi tra dimensione economico – produttiva e realtà scolastica, osmosi che si fa invadenza pervasiva e preminenza ideologica nell’istituto dell’alternanza scuola – lavoro, fine strategico al quale viene piegato l’intero percorso formativo dello studente.

È in quest’ottica di gestione eterodiretta e aziendalistica che vanno inquadrati gli aspetti caratterizzanti della Buona scuola, dal potenziamento della figura del dirigente scolastico al correlato depotenziamento degli organi collegiali, dalla didattica per competenze all’alternanza scuola – lavoro. Il mondo dell’istruzione deve essere organico e funzionale alle esigenze del capitale e assumere quindi i tratti della pura e semplice dimensione gestionale. La catena di comando manageriale deve sostituire la discussione democratica, percepita ormai solo come intralcio e intoppo. Si tratta della stessa dinamica operante da anni nei parlamenti nazionali che si limitano a ratificare decisioni prese dai mercati, dalle cabine di regia della finanza transnazionale o dalla Troika. L’istruzione deve funzionare come una filiera produttiva, logistica o distributiva. Va pertanto sradicata ogni traccia di conflitto, di rivendicazione e di partecipazione democratica. Il disegno d’ingegneria educativa e sociale della Buona scuola prevede quindi l’eliminazione di ogni possibile forma di conflitto, di partecipazione democratica e di solidarietà sociale. Alternanza scuola – lavoro, svuotamento degli organi rappresentativi, competizione e valutazione oggettiva, sono tutti strumenti volti alla costruzione della nuova tipologia di forza lavoro richiesta dal capitalismo neoliberista.

Per tutte queste ragioni, la legge 107, introdotta a forza dal sistema PD, non può e non deve essere letta come una semplice escrescenza del renzismo o come la volontà, più o meno soggettivistica, di un gruppo, per quanto esteso, di potere, bensì come la compiuta realizzazione di un modello di scuola organico alla società autoritaria di mercato della zona euro. La Buona scuola è il coronamento di un processo “riformistico” molto lungo che si deve far risalire a una serie di esigenze avanzate dall’ERT già a partire dagli anni Ottanta. Il legislatore italiano, a partire dalla svolta epocale rappresentata dalla famosa legge sull’autonomia scolastica, ha recepito in modo sempre più automatico indirizzi e direttive UE, allineando così il sistema dell’istruzione italiano alle esigenze del grande capitale.

Che tale impianto osmotico tra capitale e istruzione risponda a una dinamica funzionale alle continue esigenze di ristrutturazione del sistema di produzione capitalistico, lo si evince anche dalla posizione di continuità assunta sulla scuola dal sedicente “governo del cambiamento” che, nel suo contratto programmatico, scrive: “La c.d. “Buona Scuola” ha ampliato in maniera considerevole le ore obbligatorie di alternanza scuola-lavoro. Tuttavia, quello che avrebbe dovuto rappresentare un efficace strumento di formazione dello studente si è presto trasformato in un sistema inefficace, con studenti impegnati in attività che nulla hanno a che fare con l’apprendimento. Uno strumento così delicato che non preveda alcun controllo né sulla qualità delle attività svolte né sull’attitudine che queste hanno con il ciclo di studi dello studente, non può che considerarsi dannoso”.

Anche per il nuovo governo l’alternanza scuola – lavoro è dunque un efficace strumento formativo che va solo migliorato. Nessuno smantellamento quindi del sistema ancillare dell’istruzione edificato dalla 107 a vantaggio del capitale, solo una serie di rettifiche che lo rendano più snello e funzionale (l’avevamo già anticipato analizzando il contratto fascio stellato qui: http://www.retedeicomunisti.org/index.php/scuola/2046-la-scuola-secondo-il-contratto-legastellato). Le ultime uscite del ministro Bossetti confermano nella sostanza tale impianto.

D’altronde il sistema dell’istruzione è uno degli elementi cardine delle strategie di ristrutturazione continua di cui necessita il capitale nazionale e transnazionale. Il mondo della scuola e quello della formazione rispondono a una miriade di istanze incrociate che vanno dagli interessi economici più immediati (lavoro gratuito), ai ricorrenti piani per privatizzare il sistema scolastico perseguiti da privati e fondazioni che sparano sul sistema pubblico ogni giorno, per finire con le strategie di ingegneria sociale e ideologica, fondate sulla retorica dell’autoimprenditorialità, della formazione continua delle competenze, della competizione tra futuri lavoratori da intendersi come merce, il più flessibile e appetibile possibile, da immettere sul mercato.   

Alla luce di quanto detto, è chiaro che l’opposizione alla legge 107 non può assumere una dimensione settoriale né può costituirsi come semplice lotta dal basso, avente un carattere di rivendicazione puramente sindacale o sociale. Se è assolutamente necessario che le pratiche di mobilitazione sindacale e di opposizione sociale crescano e si rafforzino, è altrettanto necessario non cedere nulla al nemico di classe in termini di analisi teorica e di strategia politica. Questo perché è assolutamente indispensabile tenere aperto il varco della critica sistemica e la possibilità stessa di un modello di scuola e di società alternativo. In un’ottica politica di classe è assolutamente imprescindibile battersi contro la dittatura del pensiero unico, frutto ideologico dell’ormai trentennale e incontrastata egemonia della borghesia continentale.

L’ennesimo fallimento della raccolta firme per la LIP ci dà oggi uno spunto politico in più sul quale riflettere e operare. La legge d’iniziativa popolare ha certamente avuto il merito di mettere in moto cospicui settori del mondo sociale che ruota intorno alla scuola, ma ha anche scontato alcuni evidenti limiti. In particolare, buona parte degli attori che hanno promosso la raccolta firme per la LIP non ha mai saputo o voluto portare fino in fondo la lotta contro la legge 107, perdendo inevitabilmente di credibilità. Lo stesso disegno di legge presentato è il risultato di un atteggiamento politico compromissorio e di una visione ideologica sostanzialmente votata alla compatibilità. Inoltre, in questo progetto sono presenti molteplici elementi di continuità con le riforme degli ultimi decenni. Persiste l’impianto della didattica per competenze, tanto cara a Confindustria (artt. 1 e 5), e continua ad esistere la figura del Dirigente scolastico, inteso come gestore con “poteri di direzione, di coordinamento e di valorizzazione delle risorse umane” oltreché di promotore di “interventi per assicurare la qualità dei processi formativi e la eventuale collaborazione delle risorse culturali, professionali, sociali ed economiche del territorio” (art. 17). Nemmeno l’istituto dell’alternanza scuola – lavoro può dirsi del tutto bandito dal testo della LIP che, mediante l’articolo 36, istituisce un quanto mai ambiguo percorso di “Cultura del lavoro”.

A questi limiti teorici è necessario aggiungere una serie di limiti a livello di prassi. Spesso buona parte del variegato mondo della scuola in conflitto ha dimostrato una certa tendenza all’autoreferenzialità e non ha saputo aggregare altre componenti conflittuali della società. Inoltre, nei vari movimenti di contestazione alla legge 107, si è affermata una frequente tendenza a personalizzare il conflitto invece di dirigerlo verso le ragioni socio – economiche profonde che lo hanno animato.

Per tutte queste ragioni, il percorso della LIP si deve considerare ormai chiuso. È tempo di portare le campagne di lotta della scuola entro una piattaforma più ampia e radicale di rivendicazioni sociali che sappiano contestare organicamente un intero modello di sviluppo. Lo sfruttamento e la subordinazione che si imparano a scuola sono solo quantitativamente differenti da quelle che i lavoratori subiscono a livello di filiera produttiva, logistica o distributiva. L’obiettivo della legge 107 è quello di omologare sempre più il mondo dell’istruzione a quello dell’attuale modello di sfruttamento del lavoro. Questa è la ragione fondamentale per la quale è necessario che da comunisti ci si faccia promotori di una costante battaglia sociale, politica e culturale per una scuola liberata dal dominio e dallo sfruttamento di classe. Liberare gli studenti di oggi significa anche cominciare a liberare i lavoratori di domani.

 

di Giorgio Lonardi – Rete dei Comunisti

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