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Quando farà giorno compagno?

L’Internazionale Comunista, il Congresso dei Popoli d’Oriente di Baku del settembre 1920 e l’intervento di John Reed

Cittadini!
Oggi crolla il millennio «prima».
Oggi dei mondi viene rivisto il fondamento.
Oggi
fino all’ultimo bottone
rifaremo di nuovo la vita

                            Rivoluzione. Cronaca Poetica, Vladimir V.Majakovskij, 1917


Questo contributo, a cui ne seguiranno altri sull’evoluzione successiva della politica internazionalista del movimento comunista prima della Seconda Guerra Mondiale ha una finalità esplicita: richiamare l’attenzione su un aspetto centrale della teoria e della prassi rivoluzionaria del secolo scorso ed ancorare lo sviluppo dell’internazionalismo odierno ai vari passaggi che si è dato dall’aprirsi della prospettiva della rivoluzione mondiale successiva al consumarsi della rottura rivoluzionaria nell’impero zarista.

Inoltre è sembrato doveroso rendere disponibile in versione digitale l’intervento integrale di John Reed a Baku. Il contributo del rivoluzionario nord-americano chiarisce la natura imperialista degli Stati Uniti, demolendone l’aurea di stato campione della libertà dei popoli alla platea dei circa 2000 delegati del Congresso.
Da lì a poco a causa della malattia contratta durante il viaggio di andata e ritorno dal congresso si spegnerà non senza avere continuato fino all’ultimo ad incendiare i cuori dei proletari dall’America all’Asia.

Dal 1 all’8 settembre del 1920 si svolge il congresso dei popoli d’Oriente a Baku, immediatamente dopo la fine dei lavori del Secondo Congresso della Terza Internazionale.

Una tappa importante per lo sviluppo dell’iniziativa dell’IC su un aspetto centrale per il destino della rivoluzione mondiale che trae ispirazione da alcune idee-forza dell’elaborazione teorica di Lenin
maturate già nel corso della sua continua riflessione pre-rivoluzionaria riguardo alle nazioni e ai popoli oppressi.
La battaglia politico-ideologica di Lenin è stata condotta contro le idee egemoni nella Seconda Internazionale, così come nel campo di quelle minoranze che nel movimento operaio e socialista
occidentale non si erano piegate ai richiami patriottici suonati dalle proprie borghesie nazionali. I signori della guerra che renderanno le classi subalterne carne di cannone al servizio dei propri appetiti
imperialistici nella carneficina della Prima Guerra Mondiale. 

Quindi si tratta per Lenin di un doppio confronto: dentro la Seconda Internazionale contro le sue idee dominanti ma non solo (si pensi al dibattitto tra Lenin e Rosa Luxemburg sulla Polonia), e
successivamente - sulle ceneri della Seconda Internazionale - quello dentro il campo delle correnti che faranno dell’opposizione intransigente alla prima guerra imperialista il proprio indirizzo politico prioritario. Questo orientamento diverrà il vettore principale del consenso tra le fila del proletariato stremato dalla macelleria bellica.
Insieme all’idea dei Soviet, che G.I. Safarov, definirà giustamente la formula algebrica della rivoluzione, sarà l’opposizione radicale alla guerra a costituire uno dei motivi di maggiore attrazione per il Vento che giungeva dall’Est.

Come ricorda Zinov’ev, nel suo intervento introduttivo al congresso di Baku: Anche nei suoi giorni migliori, la Seconda Internazionale riteneva che l’Europa «civilizzata» potesse e dovesse agire da
tutrice della «barbara» Asia. Già nel 1907, nel congresso dell’Internazionale tenutosi a Stoccarda, la maggioranza dei socialdemocratici ufficiali (menscevichi) si espresse a favore della necessità di una politica coloniale cosiddetta «progressista».
Continua il rivoluzionario sovietico nel suo intervento affermando che questa politica si è concretizzata nei fatti con l’appoggio alla politica coloniale: che ha portato alle colonie la sifilide, l’oppio e una casta di ufficiali dissoluti, trasformando questi paesi in discariche per le immondizie della borghesia e che li ha saccheggiati implacabilmente, da cima a fondo.

Le sue parole più che una analisi della prassi coloniale del Novecento, sembrano una descrizione della pratica neo-coloniale odierna.
Il 2 novembre 1917 viene promulgata la “Dichiarazioni dei diritti dei popoli della Russia” sottoscritta dal commissario del popolo per le questioni della nazionalità “Stalin” e dal presidente del Consiglio dei
Commissari del popolo “Lenin”, si tratta di una delle prime e più importanti acquisizioni della rivoluzione d’Ottobre.
È una cesura storica netta, rispetto al passato zarista e al suo regime universalmente conosciuto come “prigione dei popoli”. È una scelta conseguente dell’idea di “rivoluzione” bolscevica, rispetto alle altre correnti politiche che hanno animato l’opposizione al regime zarista. Il bisogno del suo approfondimento diverrà ben presto una necessità strategica per il contrasto alla contro-rivoluzione anche dal punto di vista tattico militare oltre che politico strategico. Il combinato disposto dall’imperialismo contro “l’alba dei popoli” assumerà infatti la forma dell’aggressione militare sostenuta tra l’altro dall’imperialismo francese e britannico, e dal blocco sociale dominante all’interno dei confini dell’ex impero zarista
(compresa una parte del blocco di potere “nazionalista” delle stesse nazioni oppresse: proprietari terrieri, rappresentanti religiosi, intellettuali “nazionalisti”). Rispetto a questo nucleo, si giocherà -
insieme allo sviluppo della rivoluzione in Occidente, una partita fondamentale per rompere l’accerchiamento imposto dalle forze della reazione.
Per citare il bilancio che ne trarrà Safarov nell’Evoluzione della questione nazionale:
La guerra civile è una cosa terribile, ma fa attraversare ai popoli dell’intere epoche storiche. Nel corso della guerra civile le classi possidenti delle nazionalità oppresse hanno mostrato la loro impotenza intrinseca e radicale a mantenere le proprie posizioni d’indipendenza nazionale nella lotta tra il capitale e i soviet. 
L’intuizione leniniana che combinava necessariamente la rivoluzione “ad Est” e “ad Ovest” era un prodotto del suo genio politico collocato tra due mondi, filiazione di una Weltanschaung maturata all’interno di un impero subordinato in un mondo “euro-centrato” e sviluppata grazie ad studio rigoroso dell’imperialismo. Una concezione che farà della rivoluzione orientale dentro i confini dell’ex impero zarista il banco di prova per la sua tenuta interna e agli occhi di Lenin dovrà fungere da laboratorio per la rivoluzione negli altri Paesi e popoli oppressi. 

La dichiarazione del 2 novembre recita nella sua parte finale:
Il Congresso dei Soviet, nel mese di giugno di quest’anno, ha proclamato per i popoli della Russia il diritto alla libera autodeterminazione. Il II Congresso dei Soviet, nell’ottobre di quest’anno, ha confermato questo diritto imprescrittibile dei popoli della Russia, in maniera più risoluta e precisa. Nell’esecuzione della volontà di questi Soviet, il Consiglio dei commissari del popolo ha deciso di porre a base della propria attività, nella questione delle nazionalità della Russia, i seguenti principi:

1) Uguaglianza e sovranità dei popoli della Russia. 2) Diritto dei popoli della Russia alla libera autodeterminazione, fino alla separazione e alla costituzione di uno Stato indipendente. 3) Soppressione di tutti i privilegi e di tutte le limitazioni nazionali e nazional-religiose. 4)Libero sviluppo delle minoranze nazionali e dei gruppi etnici abitanti sul territorio della Russia. I decreti specifici derivanti dal presente
Atto saranno elaborati non appena costituita la commissione per le questioni delle nazionalità.

Nei 21 punti che l’Internazionale Comunista elabora come condizioni per l’ammissione dei partiti al proprio interno nel corso del suo secondo congresso tenutosi nell’estate del 1920, il punto 8 recita:
Sulla questione delle colonie e delle nazionalità oppresse i partiti dei paesi la cui borghesia possiede colonie o opprime nazionalità devono avere una linea di condotta particolarmente chiara e netta: ogni partito appartenente alla Terza Internazionale ha il dovere di smascherare inesorabilmente le ribalderie dei «suoi» imperialisti nei confronti delle colonie, di sostenere non con le parole ma con i fatti ogni movimento di emancipazione delle colonie, di esigere l’espulsione dalle colonie degli imperialisti della metropoli, di far crescere nell’animo dei lavoratori del paese sentimenti davvero fraterni verso i lavoratori delle colonie e delle nazionalità oppresse e di condurre fra le truppe della metropoli una continua agitazione contro ogni oppressione dei popoli coloniali.

Nelle tesi supplementari, alle Tesi sulle questioni nazionale e Coloniale, viene rimarcata con forza la distanza dalla Seconda Internazionale:
La Seconda Internazionale, diretta da un gruppo di politicanti e imbevuta di concezioni borghesi, non ha dato alcuna importanza alla questione coloniale. Il mondo non esisteva, per essa, che entro i confini dell’Europa. Essa non ha visto la necessità di collegarsi con il movimento rivoluzionario degli altri continenti. Invece di prestare un aiuto materiale e morale al movimento rivoluzionario delle colonie, i membri della Seconda Internazionale sono diventati essi stessi degli imperialisti.
Non è secondario ricordare che queste tesi supplementari, sono inserite su richiesta del comunista indiano Manabendra Nath Roy, una figura pressoché misconosciuta in Italia ma che avrà un peso
assolutamente rilevante nel dibattito con Lenin su queste questioni, data la sua profonda conoscenza delle società sottoposte al dominio britannico.
Questo rivoluzionario, esule politico dal suo Paese, con una cultura cosmopolita sarà un elemento cardine sia per la successiva attività del Komintern che per la sua funzione di attento studioso del
mondo coloniale. 

Nella Terza Tesi Supplementare da lui suggerita si esplicita la base materiale che unisce le sorti del proletariato “metropolitano” con quello della “periferia” imperialista:
Il plusvalore ottenuto attraverso lo sfruttamento delle colonie è uno dei bastioni del capitalismo moderno; per tutto il tempo in cui questa fonte di benefici non sarà soppressa, sarà difficile alla classe operaia sconfiggere il capitalismo.

In generale nelle Tesi Supplementari troviamo l’anticipazione di ciò che diverrà nota nel secondo dopoguerra del Novecento come la dinamica dello “sviluppo del sotto-sviluppo”: l’imperialismo
regredisce le società sottoposte al suo regime coloniale impedendone lo sviluppo.
Le ultime tre tesi esprimono la divaricazione tra i movimenti che si esprimono nel mondo coloniale: uno borghese democratico-nazionalista, l’altro quello degli strati più umili della società che anche se debole deve attrarre prioritariamente gli sforzi dell’Internazionale. Sebbene, nel suo primo stadio la rivoluzione
nelle colonie non può essere una rivoluzione comunista, la direzione politica di questo movimento deve essere saldamente nelle mani di una avanguardia comunista che ne sviluppi i soviet di contadini e di operai.

La conclusione conseguente delle Tesi Supplementari recita esplicitamente che se l’indirizzo politico seguirà questo percorso: 
Le masse dei paesi arretrati, condotte dal proletariato cosciente dei paesi capitalistici sviluppati, arriveranno al comunismo senza passare per i differenti stadi dello sviluppo capitalistico.
Indirizzo che sarà ribadito a Baku. 

Nel Manifesto redatto a conclusione dei lavori del Secondo Congresso dell’Internazionale Comunista viene ribadito:
Il socialismo che direttamente, o indirettamente, difende la posizione privilegiata di certe nazioni a scapito di altre, che si adatta alla schiavitù coloniale, che ammette differenze di diritti tra uomini di diverso colore e razza, che aiuta la borghesia metropolitana a mantenere la sua dominazione sulle colonie in luogo di favorire l’insurrezione armata delle colonie, il socialismo inglese che non sostiene affatto come potrebbe e insurrezioni dell’Irlanda, dell’Egitto e dell’India contro la plutocrazia londinese, questo “socialismo” lontano da poter prendere una delega e la fiducia del proletariato merita, se non del piombo, almeno un marchio d’infamia. 

Un distinzione tra due diversi “campi” che all’oggi non ha affatto perso il suo valore.

***

Compagni, quando l’Oriente incomincerà davvero a muoversi, non soltanto la Russia ma anche tutta l’Europa sembreranno soltanto un piccolo angolino di quel vasto scenario. La vera rivoluzione
divamperà soltanto allorché si uniranno a noi gli 800 milioni di persone che vivono in Asia, quando il continente africano si congiungerà a noi, quando vedremo mettersi in movimento centinaia di milioni di persone. 

Relazione introduttiva di Zinov’ev al Congresso di Baku 


Nel Caucaso continuava la guerra civile e il viaggio sarebbe stato effettuato in un treno speciale corazzato, riporta Robert A. Rosenstone nella pagine conclusive della sua biografia di Reed, descrivendo il tragitto che il rivoluzionario nord-americano avrebbe dovuto affrontare fino a Baku.

Una lunga corsa attraverso le fertili pianure del Volga – continua Rosenstone – li trasportò nel polveroso sud e poi a Baku, sulle rive del mar Caspio, un’antica città tartara. Durante il viaggio di ritorno, un attacco del treno di banditi a cavallo fu respinto da un plotone dell’Armata Rossa: quando la cavalleria si gettò all’inseguimento, Reed, saltò su un carro di contadini con una mitragliatrice percorrendo le colline, pieno di Ricordi del Messico e della tropa.

Così Alfred Rosmer, che si recherà anche lui a Baku, descrive il panorama che si poneva di fronte: Il viaggio ci ha permesso di toccare con mano l’immensità dei disastri causati dalla guerra civile; la maggior parte delle stazioni erano state distrutte […] Quando i bianchi venivano sconfitti, procuravano nella ritirata il massimo delle distruzioni.

Intervento di John Reed

In questa sede rappresento i lavoratori rivoluzionari di una delle più grandi potenze imperialiste, gli Stati Uniti d’America, che sfruttano ed opprimono i popoli delle colonie.
Voi, popoli dell’Est, popoli dell’Asia, non avete mai sperimentato su voi stessi il dominio americano. Conoscete ed odiate gli imperialisti inglesi, francesi ed italiani, e probabilmente pensate che l«America
Libera» vi governerà in maniera migliore, libererà i popoli delle colonie, li nutrirà e li difenderà.
No. I lavoratori e i contadini delle Filippine, i popoli dell’America Centrale e le isole dei Caraibi sanno bene che cosa significa vivere sotto il regime dell’ «America Libera». Prendete, per esempio, i popoli delle Filippine. Nel 1898 i filippini si ribellarono al crudele governo coloniale spagnolo, e gli americani li
aiutarono. Ma dopo che gli spagnoli furono cacciati, gli americani non vollero più andare via. Poi i filippini insorsero contro gli americani, ma questa volta i «liberatori» iniziarono ad ucciderli, senza risparmiare le donne e i bambini: li torturarono ed infine li soggiogarono. Si impadronirono della terra e li obbligarono a lavorare e a produrre per i capitalisti americani. Gli americani avevano promesso l’indipendenza dei filippini. E presto sarà proclamata una repubblica indipendente filippina. Ma questo non significa che i capitalisti americani se ne andranno o che i filippini non continueranno a lavorare e che non produrranno più a vantaggio di quegli stessi capitalisti.
I capitalisti americani hanno dato ai dirigenti filippini una quota dei loro profitti – hanno dato loro ruoli nel governo, proprietà e denaro – hanno creato una classe capitalista filippina che anch’essa vive grazie ai profitti creati dai lavoratori e che ha tutto l’interesse a mantenere i filippini in schiavitù.
Questo è successo anche a Cuba, che è stata liberata dal dominio spagnolo con l’aiuto degli americani. Adesso è una repubblica indipendente. Ma i monopoli milionari americani possiedono tutte le piantagioni di zucchero, tranne qualche piccola parte che è ancora nelle mani dei capitalisti cubani: questi ultimi amministrano anche il Paese. Nel momento in cui i lavoratori provano ad eleggere un governo che non rientra negli interessi dei capitalisti americani, gli Stati Uniti d’America mandano soldati a Cuba per obbligare il popolo a votare per i loro oppressori.

Oppure consideriamo l’esempio delle repubbliche di Haiti e Santo Domingo, dove il popolo conquistò la libertà un secolo fa. Dato che queste isole erano fertili e il popolo che ci viveva poteva essere
sottomesso ai capitalisti americani, il governo americano mandò soldati e marinai che, col pretesto di mantenere l’ordine, schiacciarono queste due repubbliche, costituendo una dittatura militare peggiore della tirannia inglese. Il Messico è un altro paese ricco vicino agli Usa. In Messico vive un popolo arretrato, schiavizzato da secoli, prima dagli spagnoli e poi dai capitalisti stranieri. In questo Paese, dopo molti anni di guerra civile, il popolo fondò il proprio governo, non un governo proletario ma democratico, che voleva utilizzare la ricchezza del Messico a favore dei messicani e tassare i capitalisti stranieri. I capitalisti americani non hanno certo pensato a mandare pane ai messicani affamati. No, essi hanno dato origine ad una controrivoluzione in Messico, nel corso del quale Madero, il primo presidente
rivoluzionario fu ucciso. Poi, dopo una battaglia durata tre anni, il governo rivoluzionario fu rimesso al proprio posto, con Carranza come presidente. I capitalisti americani organizzarono una nuova controrivoluzione ed uccisero Carranza, instaurando ancora una volta un governo accondiscendente.
Nella stessa Nord America vivono dieci milioni di neri che non possiedono diritti politici o civili, nonostante il fatto che per la legge sono cittadini uguali. Con l’obiettivo di distrarre l’attenzione dei
lavoratori americani dai capitalisti, i loro sfruttatori li hanno incitati all’odio contro i neri, provocando il contrasto tra le razze bianca e nera. I neri iniziano a capire che la loro unica speranza risiede nella
resistenza armata ai banditi bianchi. 
Attualmente i capitalisti americani stanno indirizzando parole amichevoli ai popoli dell’Est, con promesse di aiuto e di cibo. Ci si riferisce in particolare all’Armenia. I milionari americani hanno raccolto milioni di dollari per mandare il pane agli armeni che muoiono di fame. E molti armeni ancora oggi stanno chiedendo aiuto allo Zio Sam.
Questi stessi capitalisti americani incitano i lavoratori americani e gli agricoltori gli uni contro gli altri; affamano e sfruttano i popoli di Cuba e delle Filippine, uccidono selvaggiamente e bruciano vivi i neri americani, e in America gli stessi lavoratori americani sono obbligati a lavorare in condizioni spaventose, ricevendo salari miseri per lunghe giornate di lavoro. Quando sono esausti, sono scaraventati fuori dalle strade, dove muoiono di fame.

Lo stesso signore che adesso ha l’incarico di portare aiuto agli armeni affamati, Cleveland Dodge che scrive articoli commoventi su come i turchi hanno condotto gli armeni nel deserto, è il proprietario
di grandi miniere di rame dove migliaia di lavoratori americani sono sfruttati, e quando questi lavoratori oseranno scioperare le guardie che proteggono le miniere del signor Dodge li spingeranno con la punta delle baionette fino al deserto – proprio come fu fatto agli armeni.
Molti armeni sono grati all’America per il suo atteggiamento verso il proprio popolo che soffrì per la brutalità dei turchi durante la guerra. Ma che cosa ha fatto veramente l’America per gli armeni oltre a
rilasciare dichiarazioni? Nulla. Sono stato a Costantinopoli in quel periodo, nel 1915, e so che i «missionari» si sono rifiutati di fare qualsiasi seria opposizione alle atrocità, dicendo che avevano molte proprietà in Turchia e non volevano fare pressione ai turchi. L’ambasciatore americano, signor Strauss, egli stesso un milionario che ha sfruttato migliaia di lavoratori nelle sue aziende in America, ha proposto di spedire l’intero popolo armeno in America, e ha già donato una somma abbastanza grande per questo progetto, ma il suo piano è quello di far lavorare gli armeni nelle fabbriche americane e di procurare lavoro a basso costo incrementando, in tal modo, i profitti del signor Strauss e dei suoi amici.
Ma perché i capitalisti americani promettono aiuti e viveri all’Armenia? Si tratta di semplice filantropia? Se è così, lasciamoli nutrire ed aiutare anche i popoli dell’America Centrale e i neri americani.
No la ragione principale è che l’Armenia è ricca di giacimenti minerari, e che c’è una grande riserva di lavoro a basso costo che può essere sfruttato dai capitalisti americani.
I capitalisti americani vogliono conquistare la fiducia degli armeni con l’obiettivo di infilare i loro artigli in Armenia e di schiavizzare la nazione armena. È con questo scopo che i missionari americani hanno fondato scuole in Medio Oriente. Ma c’è anche un'altra ragione molto importante: i capitalisti americani, assieme ad altre nazioni capitaliste, unite nella Società delle Nazioni, temono che gli operai e i contadini armeni seguano l’esempio dei Soviet russi e dei Soviet azeri, temono che essi prendano il potere e le risorse del loro paese nelle loro mani, e che lavorino per loro stessi, facendo un fronte unito con gli operai e i contadini del mondo intero come l’imperialismo mondiale. I capitalisti americani temono una rivoluzione nell’Est. 

Promettere viveri per affamare i popoli e nello stesso tempo organizzare un blocco contro le Repubbliche Sovietiche – in questo consiste la diplomazia degli Stati Uniti. L’Assedio alla Russia
Sovietica ha causato la morte di migliaia di donne e di bambini russi. Lo stesso metodo fu utilizzato per dirigere il popolo ungherese contro il proprio governo dei Soviet. La stessa tattica viene usata adesso per trascinare i popoli dell’Ungheria «bianca» in guerra contro la Russia Sovietica. Questo metodo è stato usato anche nei piccoli Paesi confinanti con la Russia – Finlandia, Estonia, Lettonia. Ma adesso tutti questi piccoli Paesi sono stati costretti alla pace con la Russia Sovietica: sono ridotti al fallimento
e alla fame. Adesso il Governo americano non offre più viveri; essi non sono più di nessuna utilità all’America, quindi i loro popoli possono morire di fame.
I capitalisti americani promettono pane all’Armenia. Questo è un vecchio trucco. Promettono pane ma non lo danno mai. L’Ungheria ha avuto il pane dopo la caduta del Governo sovietico? No. Il popolo ungherese sta ancora morendo di fame. I Paesi baltici hanno avuto il pane? No. Quando gli estoni affamati non avevano altro che patate, i capitalisti americani mandarono navi cariche di patate marce che non potevano essere vendute in America. No, compagni, lo Zio Sam non è il tipo che da qualcosa a qualcuno in cambio di niente. Arriva con un sacco pieno di paglia in una mano e una frusta nell’altra. Chiunque crede alle promesse dello Zio Sam si troverà obbligato a pagarle col sangue col sangue e con il sudore. I lavoratori americani chiedono continuamente una parte maggiore degli utili del loro lavoro; con l’intenzione di prevenire la rivoluzione in casa, i capitalisti americani sono stati obbligati a cercare uomini delle colonie da sfruttare, popoli che forniscono profitto sufficiente a mantenere obbedienti gli operai americani che sono al corrente di tutto questo, e che capiscono che, agendo insieme agli operai e ai contadini armeni, con le masse lavoratrici del mondo intero, abbatteranno il capitalismo. Il capitalismo mondiale sarà distrutto, e tutti i popoli saranno liberi. Noi favoriamo la solidarietà tra tutti gli oppressi e i lavoratori, siamo per l’unità degli operai rivoluzionari di tutti i Paesi d’Europa e d’America guidati dai bolscevichi russi, nell’Internazionale Comunista. E vi diciamo, popoli dell’Est: non credete alle promesse dei capitalisti americani! C’è una sola strada che conduce alla libertà. Uniti con gli operai e i contadini russi che hanno rovesciato i loro capitalisti e con la loro Armata Rossa che ha colpito gli imperialisti stranieri! Seguite la stella rossa dell’Internazionale Comunista. 

di Giacomo Marchetti


Note:

I documenti del Secondo Congresso dell’Internazionale Comunista, così come gli stralci di intervento di Zinov’ev e quello integrale di John Reed sono stati presi dalla raccolta di documenti e manifesti dell’IC e dei Congresso dei Popoli d’Oriente: Assalto al cielo, La giovane talpa, 2005 

John Reed. Rivoluzionario romantico, Robert A.Rosenstone, Editori Riuniti, 1976

Una serie di testi in inglese di M.N. Roy in inglese si trovano in inglese alla pagina: https://www.marxists.org/archive/roy/index.htm

I documenti da cui sono tratte le citazioni di G.I. Safarov sono: l’Orient e la Révolution del 1920 apparso nel numero 17 del Bulletin communiste (deuxième année), 28 avril 1921. L’articolo era stato pubblicato in tedesco su Die kommunistische Internationale n°15, dicembre 1920; e l’èvolution de la question nationale, apparso sul numero 4 del Bulletin communiste (deuxième année), 27 gennaio 1921. Sono entrambi reperibili sul sito www.marxists.org

Il resoconto stenografico integrale dei lavori del Congresso tradotto in inglese dall’originale russo e curato da Brian Pearce, è stato pubblicato nel 1977 negli USA è scaricabile alla pagina: https://www.marxists.org/history/international/comintern/baku/cpe-baku-pearce.pdf

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