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Il modello sindacale 'alla tedesca' di Almaviva Contact Spa

Come redazione di ORME ROSSE – foglio operaio della Rete dei Comunisti – abbiamo chiesto alla compagna Maria Pia Zanni, attivista dell’USB di Napoli, un parere circa l’esito della vicenda sindacale che ha interessato ALMAVIVA.

Una Vertenza la quale, nonostante i suoi oggettivi bassi livelli di conflittualità espressi, ha segnalato alcuni elementi di analisi ed interpretazione che investano il tema delle nuove “relazioni sindacali” ed il futuro prossimo di un comparto come quello dei Call Center che è investito da una forte ondata di ristrutturazione e riconversione antisociale.

La redazione di ORME ROSSE.


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Il modello sindacale “alla tedesca” di Almaviva Contact S.P.A.

di Maria Pia Zanni

Il cappio stretto al collo dei lavoratori del Call Center Almaviva di Napoli, con l’intesa tra azienda e rappresentanze sindacali aziendali sottoposta prima a referendum e poi ratificata al MISE, aggiunge una nuova pagina al dilagante modello della contrattazione di restituzione e, se possibile, lo supera nella sua disumana svalorizzazione del fattore lavoro.

L’accordo su Napoli per il mantenimento del sito e dei posti di lavoro, approvato a larghissima maggioranza dagli oltre 800 lavoratori del sito campano, concede al colosso Almaviva, che conta più di 10.000 lavoratori nel settore dei call center, di scaricare sui salari già magri dei lavoratori una riduzione del costo del lavoro di oltre il 12%, con tagli salariali per i dipendenti, la perdita sostanziale del TFR e la rinuncia degli scatti di anzianità maturati e maturandi fino alla scadenza fissata nel 2020.

In più, viene confermato lo strumento della Cigs per crisi aziendale a tutto il 2017, e favorito il recupero dell’efficienza e della produttività, ovvero il mantenimento dei margini di profitto dell’azienda, attraverso l’introduzione di nuovi strumenti per la misurazione ed il monitoraggio della produttività e della qualità di ogni singolo lavoratore.

Per i lavoratori, invece, che hanno salvo il posto di lavoro a queste condizioni capestro, è previsto, tra l’altro, flessibilità a gogò nella prestazione di lavoro con semplice preavviso di 48 ore, intensificazione dei ritmi produttivi, aumento dei carichi di lavoro, e, se l’azienda dovesse risultare in attivo per almeno due semestri consecutivi, potranno sperare nella restituzione del maltolto dalle proprie buste paga.

Siamo al regime del lavoro a cottimo, con controlli produttivi mensili e verifica congiunta, sindacato-azienda, del risultato economico attraverso una commissione paritetica di nuova istituzione.

Ma c’è chi plaude all’intesa raggiunta, Governo ed azienda in testa, considerandola una forma inedita di condivisione della gestione e della responsabilità sociale.

Quanto alla consultazione e al voto sull’accordo, l’esito è stato tanto amaro quanto scontato se si considerano le forze e gli interessi in campo, a partire dalla rottura del fronte comune di lotta e di resistenza tra i lavoratori di Napoli e quelli di Roma davanti al pesante ricatto occupazionale dell’azienda.

Un dèjà vu. Il ricordo corre a Pomigliano d’Arco ed alla consultazione sull’accordo imposto, alcuni anni fa, dalla Fiat di Marchionne.

Anche in quel caso si parlò di responsabilità datoriale e dei sindacati firmatari, come pure si affermò che le nuove e pesanti condizioni di lavoro introdotte in deroga al contratto nazionale di lavoro, dovessero avere carattere limitato ed eccezionale.

Uguale la tracotanza, l’inganno di patron Tripi che promette il rilancio e lo sviluppo delle attività produttive, percorrendo lo schema dell’incentivazione della produttività e della maggiore competitività attraverso l’abbassamento del costo del lavoro, il taglio dei salari, la riduzione dei diritti, sicurezza compresa, fino a comprimere libertà fondamentali della persona.

Allora, come oggi con Almaviva, l’azione erosiva dell’unità dei lavoratori svolta dai sindacati collaborazionisti filopadronali e filogovernativi ha finito per fiaccare la resistenza dei lavoratori e consentire il dispiegarsi degli effetti delle politiche neoliberiste del governo e la superiorità del mercato e del profitto.

Come nel 2010 con l’accordo di Pomigliano, anche l’accordo Almaviva è destinato a fare scuola ed interessare non solo il settore dei Call Center ma tutti i servizi alle imprese: telecomunicazioni, energia, telefonia.

Un ampio segmento di mercato dove grandi aziende committenti come ENI, ENEL, VODAFONE, POSTE, TRENITALIA, spesso con cospicue partecipazioni dello Stato, trovano più conveniente delocalizzare oltralpe le attività in outsourcing per mantenere margini di profitto più elevato e maggiore produttività e competitività.

Non basta aver ricevuto dai governi compiacenti degli ultimi anni, sgravi, defiscalizzazioni ed ogni sorta di flessibilità oraria nella prestazione di lavoro, divenuta nel frattempo sempre più precaria, l’unica risposta diventa la compressione dei livelli salariali ed occupazionali.

Proprio nel settore dei servizi alle imprese si è maggiormente abbattuta la furia delle liberalizzazioni, con largo utilizzo delle gare al massimo ribasso negli appalti ed un massiccio ricorso al lavoro sottopagato.

Il sistema delle privatizzazioni, delle esternalizzazioni e degli appalti, che poggia sullo sfruttamento e su una fitta rete di connivenze con il potere politico, individua oggi la stessa pubblica amministrazione come la maggiore centrale committente.

Come spiegare altrimenti l’ingresso di Cassa Depositi e Prestiti in Almaviva do Brasil attraverso la controllata Sistel o l’affaire Consip di questi ultimi giorni?

Un fiume di denaro che drena risorse pubbliche verso faccendieri e lobbies dell’economia e del complesso dei poteri forti del capitale.

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