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La superbomba di Trump e la tendenza alla guerra

Non è certo per motivi di ordine militare che l'amministrazione Trump ha dato ordine di utilizzare in Afghanistan il Moab, la bomba più potente dopo quella nucleare in possesso degli Stati Uniti.

Se l'inquilino della Casa Bianca, sempre più condizionato dall'apparato militare-industriale Usa e dall’establishment, ha scelto di mostrare i muscoli con l’ennesima dimostrazione di forza in pochi giorni è perché intendeva mandare un segnale inequivocabile ai propri competitori e nemici: in primo luogo la Cina e la Russia.

Avrebbe infatti potuto ordinare di sganciare il Moab in Siria o in Yemen, dove non mancano di certo le postazioni di Daesh da colpire, ma ha deciso di puntare all’Afghanistan, ad un passo dal territorio delle due superpotenze contro le quali Washington alza in questi giorni decisamente i toni. Inviando così ovviamente anche un segnale nei confronti di Francia e Germania e dell'Ue in generale.

Questo mentre Trump afferma di essere pronto a bombardare la Corea del Nord "se Pyongyang confermerà i suoi test nucleari", obbligando ovviamente il regime nordcoreano a fare altrettanto e a minacciare una risposta nucleare in caso di aggressione. La Cina finora cerca di placare gli animi, consiglia moderazione, sceglie un profilo basso e propone una mediazione. Ma così com’è accaduto per la Russia, per anni accerchiata e provocata dalla Nato finché Mosca non è stata obbligata a rispondere, anche Pechino prima o poi dovrà entrare in campo anche sul piano militare.

Gli Stati Uniti sono una superpotenza in declino ma non per questo meno pericolosa per il mondo che in passato, anzi... Più aumenta il declino economico e con esso quello politico dell’ex superpotenza unica, più le classi dirigenti Usa, sostenute da un’opinione pubblica interna sempre più timorosa e rabbiosa, tenta di riconquistare terreno attraverso un interventismo militare contraddittorio ma dagli esiti potenzialmente fatali. La rinnovata aggressività militare statunitense non è affatto in contraddizione con il protezionismo e con la guerra commerciale promossi dall'amministrazione Trump a livello globale, anzi ne è il complemento necessario.

In un quadro del genere, chi oggi pensa che una Unione Europea più forte, più armata e più aggressiva sul piano internazionale possa tenerci fuori da questa spirale di guerra sbaglia di grosso: l'Unione Europea è una delle parti in causa di un mondo in cui il piano inclinato della tendenza alla guerra si inclina sempre di più. Lo dimostra l'enfasi sull'integrazione militare che ha caratterizzato i discorsi dei capi di stato dell'Ue riuniti nella capitale italiana pochi giorni fa per celebrare il 60° anniversario dei Patti di Roma. Non sarà tifando per uno o l'altro dei contendenti che potremo sperare di sottrarre le nostre terre e le nostre popolazioni alla guerra prossima ventura, ma solo inceppando il meccanismo e sottraendoci ai trattati, alle alleanze e agli automatismi che ci ingabbiano ora in un conflitto dal quale l'umanità ha tutto da perdere e nulla da guadagnare.

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